Il Cartizze non è un vitigno e non è semplicemente una tipologia di Prosecco più costosa.
È una piccolissima sottozona del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, situata interamente nel comune di Valdobbiadene. Da appena 107 ettari di vigneto nasce il vino che può riportare in etichetta la denominazione Conegliano Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG o, più semplicemente, Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG.
La sua unicità nasce dall’incontro tra un territorio dalla forma particolare, vigne ripide, terreni antichi, lavoro manuale e una storia che non sempre è stata raccontata fino in fondo.
Per molti produttori e appassionati rappresenta il cru simbolo del Conegliano Valdobbiadene, anche se il disciplinare lo identifica formalmente come una sottozona.
Il termine Cartizze indica sia il territorio delimitato dal disciplinare sia il vino spumante ottenuto dalle uve coltivate al suo interno.
Fa parte della denominazione Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, ma possiede regole e confini propri.
Non tutto il Prosecco prodotto a Valdobbiadene può quindi essere chiamato Cartizze. Per utilizzare questa menzione, le uve devono provenire esclusivamente dalla sottozona riconosciuta e il vino deve rispettare i requisiti previsti dal disciplinare.
È proprio questa relazione strettissima tra luogo d’origine e bottiglia a rendere il Cartizze diverso dalle altre espressioni del Prosecco.
La sottozona del Cartizze si estende tra le colline più scoscese di:
Si tratta di tre località del comune di Valdobbiadene, in provincia di Treviso.
Il territorio del Cartizze occupa soltanto 107 ettari ed è spesso descritto come un piccolo pentagono collinare. Osservandolo dall’alto, però, ciò che colpisce maggiormente è la sua conformazione simile a un anfiteatro naturale.
I vigneti seguono le curve delle colline, adattandosi ai pendii, alle esposizioni e alle differenze di quota. Il risultato è un paesaggio in cui ogni filare sembra accompagnare la forma del territorio.
L’anfiteatro naturale del Cartizze. I vigneti seguono l’andamento delle colline tra San Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol, nel comune di Valdobbiadene.
L’identità del Cartizze nasce prima di tutto dal luogo.
Il microclima mite, l’esposizione favorevole e i terreni molto antichi contribuiscono alla maturazione delle uve. Il Consorzio descrive suoli composti da morene, arenarie e argille, capaci di variare anche a poca distanza tra un vigneto e l’altro.
La forma dell’area crea esposizioni differenti e una buona circolazione dell’aria. Le pendenze, in alcuni punti molto accentuate, rendono inoltre difficile l’utilizzo dei mezzi meccanici.
Gran parte delle operazioni deve essere svolta manualmente, con un impegno considerevole da parte dei viticoltori.
Il Cartizze non è quindi speciale perché il suo nome è famoso. È famoso perché nasce da un territorio piccolo, complesso e difficile da coltivare.
Il disciplinare del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG riserva la menzione “Superiore di Cartizze” esclusivamente al vino spumante ottenuto nella sottozona delimitata.
Tra gli elementi più importanti troviamo:
La resa prevista è inferiore rispetto a quella del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG senza menzione geografica. È uno degli strumenti attraverso cui il disciplinare tutela l’identità della sottozona.
Nel linguaggio utilizzato da molti produttori e appassionati, il Cartizze viene spesso definito il cru più prestigioso del Conegliano Valdobbiadene.
Dal punto di vista normativo, però, il termine corretto è sottozona Superiore di Cartizze.
La parola cru aiuta a comprendere il concetto: un vino profondamente legato a una porzione delimitata e particolarmente vocata del territorio. Non rappresenta però la denominazione ufficiale riportata dal disciplinare.
Il Cartizze è quindi una sottozona riconosciuta, dotata di confini e regole specifiche, considerata da molti il vertice qualitativo e simbolico della denominazione.
Durante gli incontri con i produttori del territorio abbiamo raccolto una riflessione interessante sulla storia del Cartizze.
Molti vigneti appartengono da generazioni a piccoli proprietari che hanno lavorato principalmente come produttori d’uva. Non tutti hanno sviluppato una propria cantina, una linea di imbottigliamento o un marchio attraverso cui raccontare direttamente il vino al consumatore.
La trasformazione e la commercializzazione sono state spesso affidate ad aziende diverse da quelle che coltivavano i vigneti.
Secondo Pietro, produttore conosciuto durante il percorso di TuttoBollicine, questa frammentazione avrebbe contribuito a limitare per molto tempo la costruzione di un racconto unitario e forte del Cartizze.
È importante precisare che si tratta di una lettura raccolta direttamente sul territorio, non di una ricostruzione ufficiale. Aiuta però a comprendere perché un’area tanto prestigiosa non sia sempre stata comunicata con la stessa forza riservata ad altri grandi territori del vino.
Per molti anni il Cartizze è stato identificato soprattutto con la versione Dry, caratterizzata da un residuo zuccherino più elevato rispetto a Brut ed Extra Brut.
Era il vino delle feste e delle grandi occasioni.
Veniva regalato, aperto durante le ricorrenze e servito spesso insieme al panettone o ad altri dolci tradizionali. La morbidezza e il profilo aromatico lo rendevano facilmente riconoscibile e coerente con il gusto di un’epoca in cui gli spumanti più amabili erano particolarmente apprezzati.
Questa tradizione ha contribuito a creare un’immagine precisa: quella del Cartizze come vino elegante, celebrativo e dolce.
Oggi, però, il territorio viene interpretato anche attraverso stili differenti. Il disciplinare della denominazione permette agli spumanti di essere commercializzati nelle tipologie comprese tra Extra Brut e Demi-Sec.
Alcuni produttori continuano a difendere la storica versione Dry; altri scelgono residui zuccherini inferiori per mettere maggiormente in evidenza freschezza, sapidità e caratteristiche del vigneto.
Non esiste necessariamente uno stile migliore dell’altro. Esistono interpretazioni diverse dello stesso territorio.
No.
La sua immagine storica è fortemente legata alla versione Dry, ma oggi si possono incontrare anche Cartizze con un residuo zuccherino più contenuto.
La parola Dry, inoltre, può generare confusione: nel linguaggio comune significa “secco”, mentre nella classificazione degli spumanti identifica uno stile più morbido rispetto a Brut ed Extra Dry.
Per capire realmente quanto un Cartizze sia dolce, è quindi utile controllare la tipologia riportata in etichetta e, quando disponibile, il residuo zuccherino dichiarato dal produttore.
La percezione finale dipende comunque dall’equilibrio tra zuccheri, acidità, sapidità, aromi e struttura del vino.
Il disciplinare descrive il Cartizze come uno spumante dal colore giallo paglierino più o meno intenso, con spuma fine e persistente, profumo fruttato e gusto fresco, armonico e caratteristico.
Nel calice può esprimere, a seconda del produttore e dello stile:
Non bisogna però aspettarsi un gusto identico da tutte le bottiglie. Anche all’interno di 107 ettari esistono differenze di esposizione, terreno, conduzione del vigneto e filosofia produttiva.
È proprio questa varietà di interpretazioni a rendere interessante confrontare Cartizze di aziende diverse.
Per apprezzarne i profumi è consigliabile servirlo fresco, senza però abbassare eccessivamente la temperatura.
Una temperatura indicativa tra 6 e 8 °C è adatta come punto di partenza. Le versioni più complesse possono essere apprezzate anche leggermente meno fredde, lasciandole evolvere lentamente nel calice.
Meglio evitare una flute troppo stretta. Un calice a tulipano, con una parte centrale sufficientemente ampia, permette agli aromi di emergere con maggiore chiarezza.
L’abbinamento dipende soprattutto dallo stile.
Un Cartizze Dry può accompagnare:
Le versioni meno zuccherine possono invece essere interessanti con:
L’abbinamento più interessante, però, è spesso quello suggerito direttamente dal produttore. Conoscere la filosofia con cui è stato realizzato il vino aiuta a comprenderne anche il ruolo a tavola.
Il prezzo non dipende soltanto dalla fama del nome.
Tra i fattori che incidono troviamo:
Acquistando una bottiglia di Cartizze non si compra soltanto uno spumante. Si porta a casa l’espressione di una piccola area che non può essere ampliata e il lavoro di chi continua a coltivarla in condizioni spesso complesse.
Uno degli incontri che ha contribuito maggiormente alla nascita della visione di TuttoBollicine è stato quello con Pietro.
Produttore d’uva e interprete del Cartizze, Pietro ci ha aiutato a guardare questo territorio oltre la semplice immagine del “Prosecco delle feste”.
Attraverso il progetto PDC Cartizze ha sviluppato un racconto che parte dalla terra, dalle persone e dalla storia della zona. Non presenta soltanto una bottiglia, ma prova a spiegare perché il Cartizze sia diverso e perché meriti di essere conosciuto come espressione di un luogo preciso.
Parlando con lui abbiamo compreso quanto la storia del Cartizze sia legata anche alle famiglie che hanno custodito questi vigneti, spesso senza essere direttamente presenti nella fase di imbottigliamento e commercializzazione.
Per chi desidera avvicinarsi al Cartizze attraverso la voce di chi lo vive quotidianamente, conoscere Pietro e PDC Cartizze rappresenta un punto di partenza particolarmente significativo.
Conosci PDC Cartizze e la storia di Pietro
No. Il vitigno principale è la Glera. Cartizze è il nome della sottozona delimitata e del vino spumante ottenuto dalle uve coltivate al suo interno.
Viene prodotto esclusivamente nella sottozona situata tra San Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol, nel comune di Valdobbiadene.
La sottozona comprende circa 107 ettari di vigneto.
Sì. Appartiene alla denominazione Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e possiede una menzione territoriale specifica.
No. La versione Dry è quella storicamente più conosciuta, ma il disciplinare consente anche altri stili previsti per gli spumanti della denominazione.
Il disciplinare prevede un titolo alcolometrico volumico totale minimo di 11,5% vol.
Sì. Il disciplinare stabilisce che le uve destinate al Superiore di Cartizze siano vendemmiate esclusivamente a mano.
Per la dimensione molto limitata della zona, le pendenze, il lavoro manuale, la resa inferiore e il valore storico e produttivo delle uve.
Non scegliere un Cartizze soltanto perché viene considerato il Prosecco più prestigioso.
Prova a scoprire chi coltiva le uve, dove si trova il vigneto e quale stile ha scelto il produttore.
Una versione Dry può raccontare la tradizione del vino delle feste. Un’interpretazione più secca può invece evidenziare maggiormente freschezza e tensione.
Il modo più interessante per comprenderlo è assaggiare bottiglie differenti e, quando possibile, visitare personalmente queste colline. Guardando l’anfiteatro naturale del Cartizze si comprende immediatamente quanto il territorio conti più di qualsiasi definizione.
Il disciplinare riserva la menzione “Superiore di Cartizze” al vino spumante ottenuto nella sottozona tradizionale delimitata nel comune di Valdobbiadene.
Le uve devono essere raccolte esclusivamente a mano. La resa massima consentita è di 12 tonnellate per ettaro e il vino deve raggiungere un titolo alcolometrico volumico totale minimo di 11,5% vol.
In etichetta può essere riportata la dicitura “Conegliano Valdobbiadene Superiore di Cartizze” oppure “Valdobbiadene Superiore di Cartizze”.
Il Cartizze non è semplicemente un Prosecco più dolce, più costoso o destinato alle occasioni speciali.
È un territorio di appena 107 ettari, un paesaggio simile a un anfiteatro naturale e un patrimonio costruito dal lavoro di numerosi piccoli proprietari e viticoltori.
La sua storia tradizionale è legata alla versione Dry e ai momenti di festa, ma oggi sempre più produttori stanno esplorando modi diversi di interpretarne il carattere.
Conoscere il Cartizze significa quindi andare oltre la bottiglia: osservare le colline, incontrare chi le coltiva e comprendere perché un vino possa diventare l’espressione culturale di un luogo.