A Provaglio d’Iseo, Barone Pizzini racconta una Franciacorta nella quale viticoltura biologica, biodiversità, ricerca e architettura fanno parte di un unico progetto.
La visita parte dal vigneto e arriva fino ai locali sotterranei di affinamento, attraversando una cantina progettata per integrarsi nel territorio e, allo stesso tempo, permettere al visitatore di osservare direttamente ciò che accade durante la produzione.
Uno dei fili conduttori dell’esperienza è l’Erbamat, antico vitigno bresciano sul quale Barone Pizzini lavora da anni e che oggi assume un interesse ancora maggiore di fronte all’anticipo delle vendemmie e al cambiamento climatico.
Nome: Barone Pizzini
Dove: Via San Carlo 14, 25050 · Provaglio d’Iseo (Bs)
Denominazione: Franciacorta DOCG
Viticoltura: biologica
Vitigni: Chardonnay, Pinot Nero, Pinot Bianco, Erbamat
Elementi distintivi: viticoltura biologica, biodiversità, ricerca sull’Erbamat, cantina integrata nel territorio
Contatti:
Tel: 030 984 8311
Email: info@baronepizzini.it
Sito: https://baronepizzini.it
Visite guidate: disponibili su prenotazione - visite@baronepizzini.it
Wine shop: presente in cantina
Barone Pizzini ci ha trasmesso soprattutto una sensazione di coerenza.
Il biologico non viene percepito come un elemento aggiunto al racconto aziendale, ma come il punto di partenza da cui derivano molte delle altre scelte: la gestione del vigneto, l’attenzione alla biodiversità, il recupero dell’Erbamat e persino il modo in cui è stata progettata la cantina.
Ci ha colpito anche quanto sia semplice, durante la visita, vedere concretamente ciò di cui si sta parlando.
Si parla di biodiversità e la si osserva tra i filari. Si parla di territorio guardando il Monte Orfano. Si parla di sostenibilità entrando in una cantina che sembra quasi scomparire nel terreno.
E si parla di ricerca sull’Erbamat per poi ritrovarne una piccola percentuale direttamente nel calice.
Un ingresso che anticipa l’identità della cantina
L’arrivo a Barone Pizzini è già parte dell’esperienza.
La pietra, il legno e le grandi superfici vetrate costruiscono un ingresso importante, quasi maestoso, ma allo stesso tempo perfettamente inserito nel paesaggio.
Ad accoglierci è stata Elisa, che ci ha accompagnati insieme ad altri visitatori che avevano prenotato indipendentemente la propria esperienza.
Il gruppo era quindi piuttosto eterogeneo per interessi e conoscenza del vino.
La visita è iniziata con un breve video introduttivo attraverso il quale siamo entrati nella storia e nella filosofia dell'azienda.
Subito dopo Elisa ci ha proposto una scelta: iniziare direttamente dalla cantina oppure uscire prima in vigneto.
Abbiamo scelto il vigneto.
Ed è stato probabilmente il modo migliore per iniziare.
Uscendo dalla cantina ci siamo fermati accanto a un vigneto di Chardonnay.
Da qui Elisa ha iniziato a raccontarci il territorio e la distribuzione dei principali vigneti aziendali, invitandoci soprattutto a osservare ciò che avevamo davanti.
Sul fondo domina il Monte Orfano, una presenza importante per questa zona della Franciacorta e un riferimento costante nel racconto del paesaggio.
È stato interessante perché il territorio ha smesso immediatamente di essere qualcosa da leggere su una mappa.
Era lì davanti a noi.
Passeggiando nel vigneto, Elisa ci ha fatto osservare qualcosa che rischierebbe facilmente di passare inosservato: ciò che cresce tra le viti.
L'erba non viene eliminata semplicemente per ottenere un vigneto visivamente più ordinato.
Dietro ciò che vediamo esistono precise scelte agronomiche legate alla biodiversità e alla vitalità del terreno.
Durante la visita ci è stato spiegato il ruolo del sovescio e delle diverse specie utilizzate o lasciate sviluppare tra i filari.
Tra queste troviamo piante con apparati radicali differenti, comprese specie fittonanti e azotofissatrici, capaci di interagire in modo diverso con il terreno.
Secondo quanto ci è stato raccontato, nei vigneti si può arrivare a osservare una biodiversità vegetale estremamente ricca.
Il risultato ricercato non è quindi soltanto nutrire la vite, ma costruire intorno ad essa un ecosistema più complesso ed equilibrato.
Uno degli argomenti più interessanti dell'intera visita è stato sicuramente l'Erbamat.
Elisa ci ha raccontato come questo vitigno sia storicamente presente nel territorio bresciano da secoli, ma sia stato progressivamente abbandonato a favore di altre varietà.
Barone Pizzini ha scelto invece di tornare a studiarlo.
Non soltanto per recuperare un pezzo della storia viticola locale, ma per comprenderne le reali potenzialità.
Il percorso di ricerca dell'azienda è passato anche attraverso alcuni vini sperimentali denominati Tesi.
Sono state utilizzate percentuali differenti di Erbamat insieme a Chardonnay e Pinot Nero, proprio per comprendere quanto questo vitigno potesse incidere sull'equilibrio finale del vino.
Nel tempo le percentuali sperimentate sono progressivamente diminuite, fino ad arrivare all'utilizzo attuale previsto nelle cuvée.
È un approccio che abbiamo trovato particolarmente interessante: prima osservare, poi sperimentare e soltanto successivamente decidere come utilizzare il vitigno.
È però guardando al presente che il discorso sull'Erbamat diventa ancora più interessante.
Una delle sue caratteristiche è la maturazione particolarmente tardiva, accompagnata da una forte componente acida e da un carattere spesso citrico.
Durante la visita abbiamo parlato dell'anticipo progressivo delle vendemmie.
In alcune annate Chardonnay e Pinot possono ormai essere raccolti già nel mese di agosto.
L'Erbamat, invece, continua a maturare molto più tardi, arrivando anche verso settembre.
Da qui nasce una domanda che ci è rimasta particolarmente impressa:
l'Erbamat potrebbe diventare una delle risposte della Franciacorta all'aumento delle temperature?
Non una risposta già scritta, ma sicuramente un interessante campo di ricerca.
Ed è forse questo l'aspetto più affascinante: utilizzare un vitigno antico non per guardare nostalgicamente al passato, ma per interrogarsi sul futuro.
Il risultato di questa ricerca non rimane soltanto nei vigneti sperimentali.
Lo ritroviamo anche in Animante, una delle etichette più rappresentative dell'azienda.
Il vino degustato durante la nostra visita era composto da:
Una percentuale apparentemente piccola, ma interessante proprio per il contributo alla freschezza e alla componente citrica del vino.
È stato anche il Franciacorta che ci ha colpiti maggiormente durante la degustazione.
Rientrando dal vigneto cambia completamente lo scenario.
Uno degli elementi più affascinanti di Barone Pizzini è infatti la struttura stessa della cantina.
Osservandola dall'esterno si comprende bene come una parte importante dell'edificio sia stata inserita nel terreno.
Legno, pietra e vegetazione sembrano accompagnare progressivamente la struttura nel paesaggio.
Anche dall'interno questo rapporto rimane continuamente visibile.
Una lunga apertura orizzontale permette, per esempio, di continuare a guardare i vigneti anche quando ci si trova all'interno dell'edificio.
È un dettaglio architettonico, ma racconta molto bene il rapporto che la cantina vuole mantenere con ciò che si trova all'esterno.
Uno dei momenti visivamente più belli della visita arriva entrando nella zona produttiva.
Ci si ritrova infatti su una grande passerella sopraelevata dalla quale è possibile osservare dall'alto buona parte della cantina.
Sotto di noi si aprono le vasche in acciaio, gli impianti, le tubazioni e gli spazi di lavorazione.
È quasi una cantina a vista.
L'impressione è quella di trovarsi davanti a un enorme sistema produttivo completamente leggibile dal visitatore.
Elisa ci ha spiegato le diverse fasi direttamente da questa posizione, rendendo molto semplice comprendere la disposizione degli ambienti e il percorso seguito dalle uve e dal vino.
È una scelta progettuale che abbiamo apprezzato molto.
La cantina non è stata pensata soltanto per produrre, ma anche per poter essere raccontata.
La prima fermentazione avviene utilizzando sia vasche in acciaio sia legno, a seconda delle basi e del risultato ricercato.
Durante la visita ci è stata spiegata anche una differenza interessante nel lavoro sulle fecce.
Nelle vasche in acciaio il bâtonnage può essere effettuato meccanicamente, mentre nelle barrique l'operazione viene svolta manualmente.
È uno di quei piccoli dettagli che permettono di comprendere quanto il lavoro possa cambiare in funzione del contenitore utilizzato.
Scendendo ulteriormente si raggiunge uno degli ambienti più suggestivi dell'intera visita.
La barricaia si trova, secondo quanto ci è stato spiegato, a circa 12 metri sotto il livello del terreno.
Qui sono ospitate circa 600 barrique.
La temperatura è naturalmente più stabile e l'atmosfera cambia completamente rispetto alla parte superiore della cantina.
Sopra avevamo luce, grandi spazi e la possibilità di osservare tutta la produzione dall'alto.
Qui dominano invece silenzio, penombra, legno e tempo.
Durante la visita ci è stato raccontato che le barrique possono rimanere in azienda per molti anni e, una volta terminato il loro utilizzo enologico, possono essere recuperate per altri impieghi.
Anche questo piccolo dettaglio si inserisce bene nella filosofia generale dell'azienda.
Proseguendo la visita arriviamo agli ambienti nei quali le bottiglie riposano sui lieviti.
Qui il protagonista diventa inevitabilmente il tempo.
Le diverse referenze seguono affinamenti differenti e, secondo quanto raccontato durante la visita, alcune selezioni possono arrivare fino a circa 83 mesi sui lieviti.
Migliaia di bottiglie rimangono immobili aspettando che il tempo faccia il proprio lavoro.
È forse uno dei modi più semplici per comprendere quanto, nel Metodo Classico, l'attesa sia una vera componente produttiva.
All'interno della cantina abbiamo trovato anche una rappresentazione particolarmente efficace delle diverse fasi del remuage.
Le bottiglie sono disposte in sequenza, permettendo di vedere come cambino progressivamente posizione.
Da quasi orizzontali diventano sempre più inclinate fino ad arrivare alla posizione verticale, con il collo rivolto verso il basso.
Durante questa fase il deposito viene progressivamente accompagnato verso il collo della bottiglia, preparandola alla successiva sboccatura.
Vedere tutte le posizioni una accanto all'altra permette di comprendere immediatamente un procedimento che, raccontato soltanto a parole, potrebbe sembrare molto più complesso.
→ Approfondisci: Remuage, cos'è e come funziona nel Metodo Classico
Proprio sopra le pupitres abbiamo notato una bottiglia particolarissima.
Il vetro è ricoperto da numerose colature di cera.
Non si tratta di decorazione.
Un tempo, nelle cantine poco illuminate, per verificare la posizione del sedimento durante il remuage si utilizzava la luce delle candele.
La bottiglia veniva osservata in controluce e, ripetendo l'operazione, la cera sciolta finiva progressivamente per colare sul vetro.
Quella bottiglia conserva quindi una traccia concreta del modo in cui questo lavoro veniva svolto prima dell'illuminazione moderna.
→ Approfondisci: Perché sopra le pupitres c'è una bottiglia ricoperta di cera?
La degustazione ha concluso naturalmente il percorso.
Abbiamo assaggiato tre interpretazioni molto differenti di Barone Pizzini:
Ognuno di questi vini avrà una propria scheda dedicata con caratteristiche produttive, degustazione e abbinamenti.
Ma già assaggiarli in sequenza ha permesso di leggere tre anime differenti dell'azienda.
La degustazione è stata accompagnata da salumi e formaggi.
Un dettaglio che abbiamo particolarmente apprezzato, perché ha permesso di verificare concretamente quanto possa cambiare la percezione di un Franciacorta quando viene accostato a cibi differenti.
Acidità, struttura, morbidezza e componente aromatica possono essere amplificate oppure bilanciate dall'abbinamento.
È diventato quindi un piccolo esercizio di degustazione dentro la degustazione.
Tra i tre vini degustati, Animante è stato quello che ci ha coinvolti maggiormente.
Il vino degustato era composto da Chardonnay 64%, Pinot Nero 22%, Pinot Bianco 9% ed Erbamat 5%.
L'affinamento indicato per questa tiratura era di 19 mesi, con residuo zuccherino inferiore a 1 g/l.
Nel calice abbiamo trovato soprattutto una grande freschezza e una componente agrumata molto evidente.
La nota che ci è rimasta più impressa è quella del limone, accompagnata da una piacevole tensione acida.
È un vino che funziona molto bene come aperitivo, ma che immaginiamo facilmente anche durante il pasto, soprattutto con preparazioni saporite o caratterizzate da una componente grassa.
Sapere che dentro quella freschezza esiste anche una piccola percentuale di Erbamat rende l'assaggio ancora più interessante dopo averne ascoltato il racconto in vigneto.
Il secondo vino degustato è stato il Satèn Edizione 2021, Chardonnay in purezza.
La vinificazione delle basi avviene tra acciaio e barrique, mentre l'affinamento indicato per la bottiglia degustata era di 31 mesi.
Rispetto ad Animante cambia completamente registro.
Il vino appare più morbido, elegante e avvolgente, con quella particolare sensazione tattile che rappresenta uno degli elementi distintivi della tipologia Satèn.
È un Franciacorta che abbiamo immaginato facilmente con risotti, primi piatti, pesce e preparazioni delicate.
A chiudere la degustazione è stato il Rosé Edizione 2022.
La composizione è decisamente caratterizzante:
96% Pinot Nero e 4% Chardonnay.
Il vino degustato riportava un affinamento di 31 mesi sui lieviti e un residuo zuccherino di 2,2 g/l.
Già nel calice colpisce per il colore intenso e riconoscibile.
La forte presenza del Pinot Nero restituisce struttura e carattere, portandolo decisamente verso una dimensione gastronomica.
Lo abbiamo immaginato accanto a tartare di carne, ragù, arrosti e preparazioni particolarmente saporite.
Un Rosé che non rimane confinato all'aperitivo.
È probabilmente questo l'elemento che ci è rimasto maggiormente di Barone Pizzini.
Si parla di biodiversità e poi si entra in un vigneto nel quale l'erba e le differenti specie vegetali sono parte evidente del paesaggio.
Si parla di sostenibilità e si osserva una cantina che si integra nel terreno.
Si parla di trasparenza e ci si ritrova su una passerella dalla quale è possibile vedere dall'alto l'intera zona produttiva.
Si parla di ricerca sull'Erbamat e poco dopo quella ricerca arriva direttamente nel calice.
Sono elementi apparentemente differenti che, messi insieme, costruiscono una precisa identità.
Elisa ha accompagnato un gruppo composto da persone con conoscenze e interessi differenti riuscendo a rendere il percorso comprensibile e interessante per tutti.
Ci è piaciuta soprattutto la capacità di utilizzare ciò che avevamo davanti agli occhi per spiegare concetti più ampi.
Un filare per parlare di biodiversità.
Il Monte Orfano per raccontare il territorio.
Una bottiglia per spiegare il remuage.
Un bicchiere di Animante per tornare sull'Erbamat.
La possibilità iniziale di scegliere se partire dalla cantina oppure dal vigneto ha inoltre reso la visita meno rigida e più vicina alle curiosità del gruppo.
Durante una visita a Barone Pizzini consigliamo di prestare particolare attenzione a:
Sono soprattutto questi elementi a trasformare la visita da semplice spiegazione del Metodo Classico in un racconto completo dell'identità aziendale.
La visita a Barone Pizzini è particolarmente indicata per chi vuole andare oltre le singole fasi della produzione del Franciacorta.
È interessante per chi vuole approfondire il rapporto tra biologico, biodiversità e vino, ma anche per chi è curioso di comprendere il ruolo delle singole varietà e delle differenti scelte di cantina.
La consigliamo soprattutto agli appassionati che vogliono conoscere meglio l'Erbamat e capire perché un antico vitigno locale possa oggi tornare ad avere un ruolo interessante nel futuro della Franciacorta.
Prima di lasciare Barone Pizzini è successo qualcosa di molto semplice.
Nel giardino della cantina abbiamo visto un piccolo leprotto saltare tra l'erba.
Probabilmente una coincidenza.
Ma dopo una visita nella quale avevamo parlato a lungo di biodiversità, equilibrio naturale e rispetto dell'ambiente, è stato impossibile non sorridere.
Sembrava quasi la conclusione perfetta del percorso.
Barone Pizzini mi ha colpito soprattutto per la coerenza tra quello che racconta e quello che permette di vedere durante la visita.
Il biologico non rimane una parola: è nel vigneto, nella biodiversità, nell'architettura della cantina e nel modo di interpretare il territorio.
Ho trovato particolarmente interessante il lavoro sull'Erbamat. Recuperare un vitigno presente in questo territorio da secoli e studiarlo oggi anche come possibile risposta alle nuove condizioni climatiche significa utilizzare la storia non semplicemente per guardare indietro, ma per interrogarsi sul futuro.
Mi è piaciuta molto anche la struttura della cantina: poter osservare dall'alto tutta la zona produttiva rende immediatamente comprensibili spazi e lavorazioni, mentre scendendo nella barricaia cambia completamente atmosfera.
E poi c'è Animante, il vino che più mi è rimasto impresso: fresco, citrico e dinamico, con quella nota di limone che mi ha fatto tornare immediatamente al racconto sull'Erbamat ascoltato poco prima in vigneto.
Dalla biodiversità tra i filari alla barricaia sotterranea, fino a quel piccolo leprotto incontrato prima di andare via, Barone Pizzini è stata una visita nella quale territorio, ricerca e filosofia aziendale sono rimasti collegati dall'inizio alla fine.