Nel cuore della Franciacorta, a Rodengo Saiano, Mirabella racconta una storia iniziata nel 1979 e costruita attraverso il rapporto tra territorio, ricerca e memoria.
A distinguere la cantina non sono soltanto le storiche vasche in cemento del 1942 o i lunghi affinamenti sui lieviti. Il vero filo conduttore dell’esperienza è il Pinot Bianco, vitigno al quale Mirabella ha dedicato una parte importante dei propri vigneti e un’attività di sperimentazione poco comune.
Nome: Mirabella Franciacorta
Dove: V. Cantarane, 2, 25050 Saiano BS
Denominazione: Franciacorta DOCG
Anno di fondazione: 1979
Superficie vitata: circa 45 ettari certificati biologici
Produzione annua: circa 350.000 bottiglie
Vitigni coltivati: Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco
Elemento distintivo: ricerca e valorizzazione del Pinot Bianco
Contatti:
Tel: 030 611197
Email: info@mirabellafranciacorta.it
Sito: www.mirabellafranciacorta.it
Visite guidate: disponibili su prenotazione - visit@mirabellafranciacorta.it
Wine shop: presente in cantina
Mirabella è una cantina che riesce a unire una struttura produttiva importante a un racconto molto personale.
Durante la visita abbiamo percepito chiaramente come il Pinot Bianco non rappresenti soltanto una delle varietà utilizzate dall’azienda, ma il vero filo conduttore della sua identità. Lo si ritrova nei vigneti, nella ricerca clonale, nelle cuvée e soprattutto nel progetto Demetra.
Ci ha colpito anche il continuo dialogo tra memoria e innovazione: le vasche in cemento del 1942 continuano a essere utilizzate, mentre nel vigneto sperimentale vengono studiati undici cloni differenti di Pinot Bianco.
Una visita completa, capace di raccontare Mirabella attraverso la storia, la tecnica, il territorio e naturalmente i vini.
Giorgia, la nostra guida
Ad accompagnarci nella visita è stata Giorgia, una giovane friulana trasferitasi in Franciacorta per studiare, conoscere più profondamente il territorio e trasformare la propria passione in un lavoro.
Il suo racconto ha unito spiegazioni tecniche, curiosità e partecipazione personale, permettendoci di comprendere non soltanto come vengono prodotti i vini, ma anche le ragioni che si trovano dietro alle diverse scelte aziendali.
La visita è iniziata in uno degli ambienti più suggestivi di Mirabella: il caveau delle annate storiche.
Tra muri in pietra, bottiglie segnate dal tempo e una lunga tavola centrale, questo spazio conserva la memoria della cantina. Non è una tappa compresa in tutti i percorsi e viene utilizzato principalmente per degustazioni speciali, piccoli gruppi ed eventi particolari.
In alcune occasioni è possibile assaggiare vecchie annate insieme all’enologo e assistere anche alla sciabolatura di una bottiglia.
Più che un semplice archivio, il caveau è un luogo nel quale il tempo diventa parte integrante dell’esperienza.
Durante la degustazione, Giorgia ci ha mostrato anche una bottiglia storica di Mirabella del 1988.
L’etichetta racconta un modo di comunicare molto diverso da quello attuale: più ricco di scritte, stemmi, decorazioni e informazioni riportate direttamente sul fronte della bottiglia. Si legge ancora la denominazione Franciacorta, il riferimento alle uve Pinot e Chardonnay, il nome dell’azienda e la sede di Rodengo Saiano.
Osservarla accanto alle etichette contemporanee permette di cogliere immediatamente l’evoluzione dell’immagine di Mirabella. Il linguaggio grafico di oggi è più essenziale e riconoscibile, ma quella vecchia bottiglia conserva il fascino di un’epoca in cui la Franciacorta stava ancora costruendo la propria identità.
Non è soltanto un oggetto d’archivio: è una piccola testimonianza della storia della cantina e del percorso compiuto dalla denominazione negli ultimi decenni.
Uscendo verso il retro della cantina, prima di raggiungere il vigneto sperimentale di Pinot Bianco, sulla sinistra si incontra il torrente Molinara.
La sua presenza è uno degli elementi più particolari del luogo e contribuisce a rendere ancora più evidente il legame tra la cantina e l’ambiente che la circonda. Non è soltanto un dettaglio paesaggistico: il corso d’acqua accompagna gli spazi sotterranei destinati all’affinamento e favorisce condizioni fresche e stabili, importanti durante la presa di spuma e il lungo riposo delle bottiglie sui lieviti.
Vederlo dal vivo permette di comprendere meglio un aspetto che, letto soltanto in una scheda tecnica, rischierebbe di sembrare astratto. Qui invece il rapporto tra acqua, cantina e microclima diventa immediatamente visibile.
Sul retro della cantina si trova un vigneto sperimentale di circa mezzo ettaro dedicato interamente al Pinot Bianco.
Al suo interno Mirabella coltiva undici cloni differenti, osservandone il comportamento, le caratteristiche e la capacità di adattamento alle condizioni della Franciacorta.
Il legame con questo vitigno nasce dalla storia personale di Teresio Schiavi, cresciuto in Oltrepò Pavese e profondamente legato al Pinot Bianco. Portarlo con sé in Franciacorta ha significato trasferire nel nuovo progetto una parte delle proprie origini.
Secondo quanto ci è stato raccontato durante la visita, dei circa 88 ettari di Pinot Bianco presenti in Franciacorta, circa 14 appartengono a Mirabella.
È un dato che racconta bene quanto questo vitigno non rappresenti semplicemente una componente delle cuvée, ma una vera scelta identitaria.
Entrando nella zona produttiva, una grande mappa permette di leggere gli appezzamenti di Mirabella in relazione alla carta dei suoli della Franciacorta.
Le diverse parcelle sono indicate sopra la rappresentazione geografica del territorio, permettendo di comprendere meglio il rapporto tra posizione, composizione del terreno e vitigno coltivato.
La mappa introduce uno dei principi fondamentali del lavoro aziendale: mantenere separate le uve provenienti dalle differenti zone durante le prime fasi della vinificazione.
In questo modo è possibile preservare le caratteristiche di ogni vigneto fino al momento dell’assemblaggio.
Le uve vengono lavorate separatamente in base alla zona di provenienza e al vitigno.
La prima fermentazione avviene principalmente in acciaio, mentre una parte dei vini base viene vinificata in barrique già utilizzate, generalmente almeno di terzo passaggio.
Il legno non viene impiegato per coprire il carattere dell’uva, ma per accompagnare alcune basi con maggiore delicatezza. Nel Satèn, in particolare, può contribuire a una maggiore morbidezza e a leggere sfumature vanigliate.
Le singole identità vengono mantenute distinte fino alla composizione della cuvée, momento nel quale le differenti basi vengono riunite per costruire lo stile riconoscibile di ogni etichetta.
Nella zona di pressatura abbiamo approfondito un’altra scelta importante di Mirabella.
L’azienda utilizza le frazioni più delicate ottenute dalla pressatura soffice delle uve, con una resa indicativa di circa il 65%.
L’obiettivo è ottenere mosti puliti, fini e adatti alla successiva spumantizzazione, privilegiando la qualità delle basi rispetto alla massima resa possibile.
Uno degli ambienti più caratteristici della visita è il lungo corridoio nel quale si trovano le grandi vasche in cemento costruite nel 1942.
Le vasche furono realizzate direttamente sul posto e, proprio per questo, non possiedono tutte la stessa capacità. Su ciascuna è ancora riportato il volume preciso.
Il cemento presenta una bassa conducibilità termica e contribuisce a limitare gli sbalzi di temperatura, mantenendo il vino in condizioni più stabili.
Le vasche sono state restaurate e presentano un rivestimento interno vetrificato, idoneo al contatto con il vino.
La loro caratteristica più interessante è però un’altra: non sono conservate soltanto come testimonianza storica, ma continuano a essere utilizzate nel processo produttivo.
Entrando in cantina, lo sguardo incontra il profilo femminile scelto come simbolo di Mirabella.
La figura richiama Demetra, divinità legata all’agricoltura, alle messi, alla fertilità della terra e al ciclo delle stagioni.
Durante la visita ci è stato raccontato che la scelta del simbolo è collegata anche alla regista Lina Wertmüller, storica socia dell’azienda, nella cui abitazione erano presenti numerose rappresentazioni di divinità.
Mirabella scelse Demetra come figura capace di rendere omaggio alla terra e al mondo agricolo dal quale nasce ogni vino.
Lo stesso nome identifica oggi una delle linee più personali della cantina.
Dalla zona delle vasche siamo scesi negli ambienti interrati nei quali le bottiglie riposano durante la seconda fermentazione e l’affinamento sui lieviti.
Al buio e in condizioni naturalmente fresche, i vini maturano per periodi differenti. Le etichette più immediate trascorrono diversi anni sui lieviti, mentre le selezioni più importanti possono superare i 70 mesi.
In questi ambienti il tempo non è soltanto un dato tecnico riportato sulle schede, ma una vera componente produttiva.
Il percorso prosegue poi verso la zona dedicata alla sboccatura, al dosaggio e all’etichettatura, dove la bottiglia assume infine la propria veste definitiva.
Durante la seconda fermentazione in bottiglia viene aggiunto il liqueur de tirage, una miscela contenente anche zucchero e lieviti.
Nei Franciacorta tradizionali Mirabella utilizza indicativamente circa 24 grammi per litro di zucchero, mentre per il Satèn la quantità scende a circa 20 grammi per litro.
La minore quantità di zucchero fermentabile determina una pressione finale inferiore: il Satèn non supera le 5 atmosfere, mentre gli altri Franciacorta possono raggiungere valori vicini alle 6 atmosfere.
Il risultato è un’effervescenza più delicata e una sensazione tattile maggiormente cremosa e setosa.
La degustazione ha seguito un percorso dalla linea Edea fino alle interpretazioni più personali del progetto Demetra:
Ogni vino sarà raccontato attraverso una scheda dedicata, con caratteristiche produttive, note di degustazione e suggerimenti di abbinamento.
La degustazione si è svolta insieme a una coppia di turisti particolarmente appassionati di bollicine.
Il confronto ha reso l’esperienza ancora più interessante. Lei ha preferito il Satèn, conquistata dalla morbidezza e dalla setosità della bollicina. Io e suo marito, curiosamente anche lui di nome Luca, ci siamo invece ritrovati sull’Edea Brut, riconoscendogli un profilo olfattivo più aperto e coinvolgente.
Un piccolo confronto che dimostra quanto la stessa sequenza di vini possa essere letta in modo differente a seconda delle sensazioni ricercate nel calice.
L’aspetto che ci ha colpiti maggiormente è stato il rapporto profondo tra Mirabella e il Pinot Bianco.
L’azienda non si limita a utilizzarlo nelle proprie cuvée, ma continua a studiarlo attraverso un vigneto sperimentale con undici cloni differenti e gli dedica un progetto autonomo con Demetra Pinot Bianco.
È raro incontrare un legame così evidente tra la storia personale del fondatore, la ricerca agronomica e l’identità dei vini.
Nonostante fosse il primo vino del percorso, Edea Brut è stato quello che ci ha coinvolti maggiormente.
Appena versato, ha sprigionato un profilo olfattivo aperto, floreale e particolarmente piacevole. Le sensazioni percepite al naso si sono poi confermate anche al palato.
La sorpresa più interessante è arrivata tornando sul vino verso la fine della degustazione, dopo un piccolo assaggio di Grana stagionato.
L’abbinamento ha amplificato il bouquet del Brut, facendo emergere una componente floreale ancora più intensa e persistente.
È stato uno di quei momenti spontanei capaci di lasciare un ricordo più forte di una degustazione costruita a tavolino.
Demetra Pinot Bianco è probabilmente il vino che racconta meglio la scelta più personale di Mirabella.
È prodotto esclusivamente con Pinot Bianco e non può utilizzare la denominazione Franciacorta DOCG, perché il disciplinare non consente un Franciacorta composto al 100% da questo vitigno.
Il suo profilo è fresco, asciutto e diretto, con una componente minerale molto evidente.
È un vino dinamico, facile da immaginare come aperitivo estivo, ma dietro la sua immediatezza si trova l’intero lavoro svolto da Mirabella sul Pinot Bianco: i vigneti, la ricerca clonale e la volontà di concedere autonomia a una varietà normalmente utilizzata in assemblaggio.
Giovane, preparata e profondamente interessata al territorio, Giorgia ha accompagnato la visita con entusiasmo e chiarezza.
La sua scelta di trasferirsi dal Friuli in Franciacorta per studiare e conoscere meglio questa denominazione racconta una passione autentica, evidente nel modo in cui presenta i vigneti, la cantina e i vini.
La capacità di unire spiegazioni tecniche, curiosità e racconto personale ha reso il percorso piacevole e mai impersonale.
Durante una visita a Mirabella consigliamo di prestare particolare attenzione a:
La visita al caveau non risulta compresa in tutti i percorsi: è quindi consigliabile verificarne la disponibilità al momento della prenotazione.
La visita a Mirabella è particolarmente indicata per chi desidera approfondire il rapporto tra vitigno, ricerca e produzione del Metodo Classico.
È consigliata agli appassionati interessati al Pinot Bianco e a chi vuole osservare concretamente il dialogo tra strutture storiche e tecniche moderne.
È inoltre molto interessante per chi desidera comprendere come suoli, parcelle e assemblaggi contribuiscano alla costruzione di una cuvée.
Mirabella mi ha colpito perché possiede un’identità molto chiara. Il Pinot Bianco ritorna durante tutta la visita: nei racconti, nel vigneto sperimentale, nelle cuvée e nel calice.
Ho trovato particolarmente affascinante il contrasto tra la ricerca sugli undici cloni e le vasche in cemento del 1942, ancora oggi utilizzate. Due elementi apparentemente lontani, ma che raccontano una cantina capace di custodire la propria storia continuando a sperimentare.
Il ricordo più immediato resta Edea Brut, soprattutto per la sua espressione floreale e per il sorprendente abbinamento con il Grana stagionato.
Il vino più rappresentativo della cantina rimane però Demetra Pinot Bianco, perché racchiude la scelta più personale di Mirabella.